27 febbraio 2006

Bei Momenti...

22 febbraio 2006

Pensieri sparsi in fretta

Ieri sera sono venuti a casa mia un paio di amici per riguardare il filmino fatto a Francoforte a Capodanno. Mi sono accorto solo ieri di un particolare che mi era sfuggito, una strana coincidenza.
Il locale dove conobbi il mio angelo, non il pub dove gli parlai, ma la disco nella quale c'è stato il primo scambio di sguardi, dove lui mi ha "palpeggiato la coscia", ebbene il nome di quel locale è "Blue Angel".
Coincidenza? Lavoro dell'inconscio?
Come mai scelsi di riferirmi a lui come "angelo"?
Certo che se avesse avuto gli occhi azzurri invece che quello stranissimo colore indefinito sarebbe stato davvero un "angelo blu"!

Un paio di notti fa sognai ancora il mio lui in grassetto.
Questa è tutta colpa dei discorsi fatti con Eos (alias Aurora, alias la mia migliore amica) qualche giorno prima di lasciare la Sicilia.
Sarà che ho ancora quel post da scrivere, l'ultimo che riguarda lui. E rimando.

Sono emozionato.
Fra tre settimane sarà mia la puntata di Liberamente.
Chi l'avrebbe mai detto due anni fa che io avrei diretto un gruppo di gay che discutono fra di loro di ciò che li unisce?

15 febbraio 2006

Ciò che resta. Ciò che cambia.

Il mio ritorno a Caltanissetta è stato segnato per tutto il tempo da questa sensazione ambivalente della conservazione e del mutamento, ma non nel senso che ho trovato alcune cose cambiate ed altre identiche a come le ricordavo.
Le cose, le persone, io stesso, anche le parole, sono diverse, ma allo stesso tempo uguali a com’erano.
La mia casa, ad esempio.
Dopo cinque mesi è esattamente come la ricordavo, tranne che per piccoli particolari insignificanti (le tende rosse nella mia camera, qualche sopramobile in più in salotto, ecc…). Eppure toccare le cose a me familiari mi ha fatto uno strano effetto, come se io sapessi che quelli oggetti erano sempre stati lì, anche quando non c’ero, eppure adesso li trovavo impercettibilmente diversi da come figuravano nei miei pigri pensieri di questi mesi.

La città, io stesso, le persone che amo.
Mi affaccio alla finestra e oltre la chiesa di S. Pietro (che un tempo non c’era) scorgo il mio liceo (che c’è sempre stato), dove sono stato adolescente (dove lo sono ancora adesso… nei miei ricordi). E in questi giorni ho rivisto una mia amica di quel tempo.
Lei era identica, eppure diversa (e non parlo di quell’assurdo dialetto palermitano che le si è attaccato alla parlata).
Io ero identico, eppure diverso.
Le ho detto di essere gay, e anche grazie alla spalla fornitami dalla mia migliore amica, è stata la “confessione” più buffa della mia vita.

“Fra me e Alessandro non potrà mai più esserci un “ritorno di fiamma”, ma non perché sono io, ma perché io sono una donna!”

E lei che non capiva, o meglio capiva, ma per timore di fare una gaffe continuava a domandare. E quella macchina che sembrava teatro di un delirio perpetuato!
Così abbiamo fatto un tuffo nel passato, per ricordarlo e per riplasmarlo. Continuamente.
E tutti i passati possibili sono riemersi prepotenti. Io e Aurora. Luna e Jacopo. Io e Jacopo.
Tutto ciò che è stato, ma anche tutto ciò che poteva essere.
Il liceo, la piazzetta dei marinai, la chiesa di San Paolo, le nostre emozioni. Questo è stato il teatro della nostra adolescenza.
Ed è forse inutile trovarne un senso chiaro e comprensibile.

“Perché Jacopo non ha mai provato a baciarmi? Come facevi tu ad essere innamorato di Aurora e allo stesso tempo provare qualcosa per Jacopo? Cosa sarebbe successo se ognuno di noi avesse fatto azioni diverse?”

Domande che è piacevole porsi, cara Luna, ma che non hanno risposta, così da lasciare quel tempo unico in un alone continuo di “incompiutezza”.
Forse perché in realtà un po’ adolescenti lo restiamo per tutta la vita.
Cambiamo, maturiamo, diciamo e proviamo cose diverse, eppure poi sotto sotto siamo sempre identici a noi stessi, pur mutando.
Così ciò che cambia e ciò che resta non è altro che sempre la stessa cosa, la stessa casa, la stessa città, la stessa amica, io stesso.

E in questi giorni mi aspetta la prova più dura.
Cercare ciò che resta in ciò che il dolore ha stravolto così tanto.
Trovare la forza di riuscire ancora a comunicare con Maria, anche se il suo dolore mi sembra quasi la renda irraggiungibile.
Domani la chiamo e forse vado a casa sua.
Il cuore trema al sol pensiero.
Codardo.


P.s. Ho deciso di sostituire i nostri nomi con quelli fittizi che creai anni fa scrivendo "Dodici cuori in tempesta". L'ho fatto un pò per proteggere la privacy di noi tutti, e un pò perchè quei nomi riescono ancora adesso a riportarmi al tempo della piazzetta, al tempo della nostra adolescenza.

09 febbraio 2006

Anche se tu non leggerai mai queste parole...

La bambina di Maria è nata morta.

Mi sento svuotato, affranto, senza parole, spaurito, disorientato. Le mani mi tremano mentre le dita rincorrono i tasti, ma devo scrivere adesso perchè so che queste sensazioni sfuggiranno presto. E già domani tornerò a pensare che le stupidaggini della mia vita siano gli eventi più importanti dell'universo.
Perchè l'essere umano è una creatura dannatamente egoista, e pur di sopravvivere fa di tutto per allontanare emozioni così dannatamente forti da non poter essere gestite.

Io posso cercare di distrarmi, di allontanare il pensiero da una simile tragedia senza senso, ma lei non può. Lei adesso starà soffrendo un dolore che non solo non ho mai provato, ma che non riesco neanche lontanamente ad immaginare.

Cosa diamine si deve provare a portare in grembo una vita per nove mesi per poi guardarla spegnersi? Come si può trovare un senso a questo?!

E penso al sogno di una notte fa, quando sognai di partorire.
Il sogno più assurdo della mia vita, tanto che ne cercavo disperatamente un senso inconscio.
La concomitanza di quel sogno con il triste parto di Maria mi fa tornare a pensare che forse anime affini trovano un modo di comunicare anche se i loro corpi sono così distanti.

Vorrei essere lì con lei adesso. Vorrei che gli anni e la distanza non ci avessero reso "amici che si sentono di tanto in tanto". So di essere importante per lei, così come lei lo è sempre stata per me. Ma da quanto tempo non ci dimostriamo questo semplice e "scontato" dato di fatto?

Cazzo! Non ho mai neanche avuto il coraggio di dirle di essere gay! Eppure è una delle persone che mi conosce da più tempo.

Domani scendo a Caltanissetta, e pensavo che, se ero fortunato, lei avrebbe partorito proprio mentre ero in Sicilia. Immaginavo già di andarla a trovare in ospedale con un mazzo di fiori che mia madre mi avrebbe aiutato a scegliere, essendo io un totale incapace in questi casi. E avrei guardato la sua bimba. Avrei preso un pò in giro Paolo, chiedendogli se era sicuro di essere lui il padre. Mi sarei sentito così strano, ma felice, a guardare Maria e a pensare a lei come madre.

Invece dovrò trovare il coraggio di andare a casa sua, vederla piangere e trovarmi senza nessuna parola di conforto. Perchè il suo pianto cercherà un senso a tutto quel dolore, ed io ventottenne immaturo e straviziato dalla vita non avrò alcuna risposta.

Guardo questo Blog e mi sento così piccolo e stupido.
Io che sto a macerarmi perchè mi sento solo, senza un compagno. Mi rendo conto di non essere mai stato solo in realtà e neanche me ne accorgo.
Io che sono attorniato da persone che mi vogliono bene, io che ho avuto sempre una salute di ferro, io che ho avuto una vita da "miracolato".

Eppure poi mi crogiolo nelle piccole malinconie, quasi fosse un vezzo.
Maria adesso non può più permettersi di giocare con la vita. Proverà un dolore così devastante che nulla al mondo potrà mai cancellare fino alla fine dei suoi giorni.

E mi chiedo perchè. Cazzo! Perchè??
Perchè tanto dolore su una persona sola?
Non si può fare che ne prendiamo un pò per uno? Un pò più di dolore a me (quello vero intendo! Non quello da pseudo-adolescente alla prese con i primi turbamenti emotivi!) e un pò meno a lei.

Vorrei dirti che ti voglio bene, Maria, perchè forse mai te l'ho detto.
Anche se tu non leggerai mai queste parole.

Vorrei dirti che ti sono vicino questa notte, anche se tu non lo sai.
E poi... non rimangono più parole...

05 febbraio 2006

Animali in caccia

Un giorno e mezzo passato a casa.

Ho preparato la locandina per la sfilata di Carnevale del centro per disabili dove faccio volontariato (solo che mi ricordo solo ora che il pc di mia sorella non ha il lettore per floppy e non ho cd a disposizione. Adesso come faccio visto che dovrei portare il file domani stesso? Cazzo!). Ho scritto una mail alla mia migliore amica. Ho guardato mezzo film. Ho fatto due volte la lavatrice (prima mutande e calzini, poi lenzuola e magliette). Ho scritto un breve intervento nella mailing list dei Creminoidi. Ho letto una ventina di mail arretrate. Ho buttato giù un paio di idee per il 12 Marzo, quando terrò io la puntata di Liberamente. Ho provato a chiamare Mauro, ma il cellulare era spento. Ho visto una puntata di Queer as Folk, quello americano però, perchè quello inglese lo conosco già a memoria.

Non ho scritto ad Ivan Cotroneo, lo scrittore di "Cronaca di un disamore", nonostante me lo fossi ripromesso dopo aver scovato il suo indirizzo elettronico su internet. Non ho scritto di questo libro per il blog "Sensoriale" così come avevo pensato di fare. Non ho finito di vedere il film che ho iniziato. Non mi sono prenotato per il biglietto dello spettacolo della Cortellesi a Marzo. Non ho rifatto il letto. Non ho scritto una sola riga del mio romanzo in sospeso, quello a cui non riesco ancora a trovare un titolo. Non ho passato in vhs il filmino in digitale del capodanno a Francoforte. Non ho più riprovato a chiamare Mauro al cellulare.

E in tutto questo fare e non fare, la chat è rimasta sempre accesa. Non una ma tre (gay.it, gaydar.it e gaytv.it), quattro se consideriamo anche il messanger.
Il mercato è aperto.
Entri, clicchi un nome, saluti, guardi foto, leggi profilo (le pochissime volte che hanno la decenza di sprecarsi a scrivere due righe sotto le loro foto in pose da modelli), aspetti se lui risponde oppure no, parli due secondi, lui fa le solite domande, tu rispondi le identiche risposte di ogni volta, ti annoi, chiudi, torni a guardare la lista, cerchi invano un nome che ti colpisca, ci rinunci, ne clicchi uno a caso sperando che non abbia più di 60 anni e ricominci tutto il giro dall'inizio.
Ma quando ti ritrovi con due chat aperte su gaydar, una su gaytv.it (su gay.it ho poca fortuna!) e due persone su messanger che ti chiamano (una è il ragazzo fidanzato e l'altra è il pazzo di Ferrara!), all'improvviso ti chiedi cosa stai facendo.
Ricordi (si, ancora riesci a ricordarlo) che c'era un tempo dove un'unica finestra di dialogo aperta sul tuo schermo era già un'emozione troppo grande.
Ti ripeti che tu non sei diventato come loro ("Eri come l'oro, ora sei come loro" T. Ferro). Non è vero che non riesci più come un tempo a vivere un'emozione per volta. Non è corretto pensare che il "troppo e subito" abbia influenzato anche te.
Ti ripeti che in realtà è che non trovi la persona giusta. Ti ripeti che appena un mese fa con Linus eri tornato a provare "una emozione per volta" (e non importa se per lui non è stato così). Continui a dirti che è anche un modo di proteggerti, perchè non concentrandoti mai su nessuno di loro non rischi di affezionarti.
Perchè non vuoi essere anche tu un semplice animale in caccia, nè preda nè cacciatore. Perchè vuoi ancora mantenere le tue regole e non quelle dettate dal pericolosissimo gioco del corteggiamento.
E magari la finisci di stare tanto tempo dietro ad una chat che, come vedi, bene non ti fa!